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domenica 4 maggio 2014

"I buoni" di Luca Rastello, viaggio nell'anima nera del sociale

Già prima di tornare in Italia per una breve vacanza, alcuni amici mi hanno accolta trionfanti annunciando l’uscita de “il” libro: I Buoni, di Luca Rastello (edizioni Chiarelettere), e regalato una copia. Senza addentrarmi nel merito della polemica tra l’autore, A. Sofri, G. Caselli e N. Dalla Chiesa, dico la mia, da lettrice che ha conosciuto certo mondo da vicino.

L’idea del romanzo mi sembra piuttosto originale, e solleva scomodi interrogativi su cosa si nasconde dietro apparentemente nobili attività di tipo sociale, fatti e vizi che spesso molti non vogliono o non riescono a vedere. 

Una ragazza rumena, Azalea, arriva a Torino, viene inserita in una comunità, e fa carriera fino a diventare la pupilla del grande capo, l'inavvicinabile santone che pare soffrire quando parla ed indossa maglioni bucati. Attraverso gli occhi di lei, quel mondo di "buoni" che lavorano per combattere il male oggi più in voga, le mafie (una volta era la droga), viene affrontato dapprima con riconoscenza e sorpresa, poi con critica e ribellione. Dietro tanti buoni propositi e attività meritorie, infatti, Azalea scopre ambigui rapporti di potere e dubbi flussi di danaro, bilanci falsificati, vizi privati pagati dai dipendenti con mesi senza stipendio, “accompagnamenti” (ovvero licenziamenti), contratti illegali, mobbing.

Finora il dibattito si è concentrato su don Silvano, personaggio senza dubbio ispirato a don Luigi Ciotti, e sul riferimento alle attività condotte dal Gruppo Abele, ma nel romanzo c’è molto di più. Livio Delfino somiglia in modo impressionante al deputato Mattiello, e il moschettiere che da un giorno all'altro inizia a vestirsi bene al direttore di Acmos e Benvenuti in Italia. Per quel che ne so, i riferimenti sono veritieri. Così come è fedele il linguaggio utilizzato nell'ambiente, le espressioni coniate dai capi, da imparare a memoria e da imitare. Anzichè prendere pur comprensibili difese, come fanno Dalla Chiesa e Caselli, perchè non chiedere qual è la verità a quanti ci hanno lavorato e poi sono spariti?

Ma la potenza di questo lavoro sta nel fatto di avere la forma di un romanzo. Forse in parte mosso da vendetta (chissà...), in un gioco di numeri e fatti espliciti, talvolta imbarazzanti, questo libro verrà consegnato all’eternità come ogni romanzo, scavalcando gli stessi personaggi a cui è ispirato, raccontando le verità per cui è stato partorito. Ovvero, l’altra faccia di chi lavora nel sociale, un tabù che pochi hanno il coraggio di affrontare. Chi ci è passato, si è interrogato, prova a starci a modo suo, chi lavora dal basso ignaro di certe dinamiche, chi non si fa domande, chi se le fa ma tiene duro per perseguire il proprio obiettivo, può confermare che Rastello non parla di un altro mondo, ma del nostro, delle trame oscure che albergano in ogni essere umano. Dove chi si oppone a certi poteri occulti talvolta finisce per replicare le stesse dinamiche con altri deboli. 

Quando lavoravo a Libera Piemonte (alcuni mesi pagata da un altro ente con un progetto fittizio, altri mesi non pagata perchè i soldi avuti da quell'ente come sostegno all'associazione dovevano bastarmi - alla faccia della legalità), e le mie superiori mi accusavano di non avere abbastanza passione (ovvero di non strapparmi i capelli durante le manifestazioni per le vittime di mafia, di non commuovermi quando parlava don Ciotti, di non sottostare alle indecenti condizioni di lavoro in nome dell’idea, di rivendicare i miei limiti di orario e una vita al di fuori del giro), dentro di me avvertivo il disagio di una parodia che non mi apparteneva, da cui sono fuggita.

Il romanzo di Rastello mi ha riportato precisamente a quelle sensazioni, per fortuna oggi così lontane. E visto che tanti provano a smontarlo, io lo difendo. Perché le verità scomode delle nostre vite private, al netto degli annunci pubblici, ci rivelano che non basta etichettarsi con attività meritorie per definirci santi, o buoni; che fare il bene ci porta inevitabilmente ad accarezzare il male (il grano e la zizzania sempre coesisteranno, e non riconoscerlo è da ingenui) e talvolta ci conduce a fare il male in nome del bene. A lui il merito di avercelo ricordato.

Non a caso, molti rivendicano un'antimafia diversa, nonviolenta, anti-mafiosa prima di tutto, ovvero priva di atteggiamenti equivoci anche nella gestione degli affari interni; un'antimafia che guardi al nemico con fermezza e umanità, cercando soluzioni più complesse, e che non si regga su un altro tipo di omertà. Altrimenti, come tante altre necessarie battaglie, essa diventa solo un'ideologia, come suggerisce Rastello, un modo per crearsi un posto nel mondo, raccogliere soldi, e non sfidare il male alla sua radice. 

Quando si chiede all’autore di riassumere il lavoro in una riga, egli afferma: "Se abbassi lo sguardo critico su te stesso e vesti un’identità virtuosa con troppa convinzione probabilmente stai stritolando qualcuno”. Questo è solo un assaggio. Per i dettagli, leggete il libro!


sabato 19 gennaio 2013

E' conveniente promettere lo stipendio da parlamentare in campagna elettorale?

Londra, UK.

Non avevo intenzione di commentare pubblicamente la candidatura di Davide Mattiello, presidente della Fondazione Benvenuti in Italia, nelle liste del PD. Ma leggere stamattina l'articolo dello Spiffero (giornale discutibile per stile e toni, ma che non sempre riporta falsità) su questo argomento mi ha sollecitato a scrivere qualcosa, con lo spirito dell'elettore che si pone delle domande, per quanto impopolari. Senza entrare nel merito di quanto sollevato dallo Spiffero, e senza menzionare antiche promesse del soggetto in esame - del tipo "mai mi candiderò", spazio ai testimoni di giustizia! -, dirò cosa penso in generale a partire da due questioni sollevata con la campagna elettorale in corso: stipendi e temi.

Leggere che lo stipendio di questo deputato - certamente eletto e non "forse", grazie ad una legge elettorale criticata finché ha fatto comodo - finirà in parte a lui ma soprattutto al "movimento" (ossia Acmos, Fondazione Benvenuti in Italia e Libera Piemonte*, di cui resta ai vertici nonostante le formali dimissioni), è in apparenza cosa nobile ma....

Un conto è fare questo "generoso" gesto in privato dopo le elezioni, un conto è parlarne in campagna elettorale, strumentalizzando il suddetto "movimento". Su questo punto mi ero già espressa in un post precedente, dopo che Gabriella Stramaccioni, ex coordinatrice nazionale di Libera, candidata con Rivoluzione Civile, fece una promessa simile. Una mossa fatta per attirare voti dal bacino interno. E gli altri membri dell'associazione cosa ne pensano?

Da elettrice del PD in Piemonte mi chiedo: desidero che il compenso di un deputato (sicuramente troppo alto) vada alle sue associazioni, sapendo inoltre che essi vanno a pagare soprattutto il personale? E se tutti i candidati si comportassero allo stesso modo, promettendo stipendi alle proprie associazioni in campagna elettorale? Cosa accadrebbe se l'associazionismo diventasse dipendente e drogato da tali introiti? Manterrebbe esso il proprio spirito libero, trattandosi, come in questo caso, di associazioni (da statuto) apartitiche? O si innescherebbe un meccanismo clientelare? Se la risposta fosse sì, in questo caso sarebbe addirittura assurdo, poichè le associazioni in questione dichiarano di combattere l'illegalità.

Si parla inoltre di LAVORO in questa campagna elettorale, stando alle prime interviste, anche perché ad aver favorito la candidatura di Davide Mattiello è stato - tra gli altri - Cesare Damiano. I due hanno collaborato da vicino con la Fondazione Benvenuti in Italia e l'associazione Lavoro e Welfare. Se i soldi pubblici dello stipendio di Mattiello finiranno al "movimento", quindi ad Acmos (le altre realtà sono collegate, ma le persone coinvolte le stesse), e se si fa campagna elettorale sul tema del lavoro con slogan contro lo sfruttamento, è doveroso sapere perlomeno come Acmos tratta i suoi lavoratori, in particolare i più giovani (perché i fondatori, per quanto pagati con magri stipendi, sono strutturati): in condizioni più che precarie, sottopagati, con orari indicativi e una flessibilità che sfora sempre nel tempo libero e privato, senza ferie e, per chi è all'inizio, con buchi contrattuali nei mesi estivi. Tutto ciò senza menzionare i criteri qualitativi con cui si fa carriera interna (fedeltà cieca, sottomissione all'ideologia, annullamento dello spirito critico, devozione totale).

Vorrei che chi parli di lavoro sentisse profondamente cosa vuol dire vivere precari tutta la vita. Senza una retribuzione equa per il lavoro prestato, senza pensione, senza TFR, senza nessun diritto e solo il dovere di farsi spremere in qualsiasi momento, anche nei weekend, a seconda dell'occorrenza, senza alcun riconoscimento e la frustrazione di fare l'impiegato a vita pur avendo un cv migliore di chi ti minaccia dall'alto con la spada di Damocle. Non dico nulla di nuovo, ripeto semplicemente questioni già dibattute pubblicamente in un convegno tenutosi a Boves questa estate.

Mi scuso con Davide - e ora mi rivolgo direttamente a lui -, ma non posso esimermi da queste riflessioni ora che sei un personaggio pubblico, un politico inserito nella lista che dovrò votare "per forza" se continuerò a votare PD, ed è giusto che pubblicamente tu risponda. Scrivo tutto questo indipendentemente dalla mia esperienza personale in questo ambiente, guidata dalla forte passione da sempre nutrita per il rapporto tra associazionismo e politica.

Detto questo, mi auguro e ti chiedo, Davide, come elettrice, di impegnarti nelle battaglie che hai fronteggiato finora, soprattutto nell'ultimo anno, con la Fondazione: tra queste, la prioritaria modifica della legge elettorale, vero banco di prova per uomini liberi in Parlamento, e la previsione di un sistema di incentivi e tutele che consentano alla mia generazione di tornare a lavorare perché è un piacere, un dovere e un diritto, e non un favore, a cui sottostare senza condizioni di sorta.