martedì 13 gennaio 2015

Re-azioni. Difendiamo le differenze e smetteremo di creare mostri

Passata l’emozione, è tempo di riflettere a fondo su quanto è accaduto in Francia e nel mondo in questi giorni. Si potrebbe dire molto, ma io mi fermo a tre temi: il terrorismo figlio non riconosciuto dell’Europa, l’ambiguità della libertà di satira, la parzialità del nostro coinvolgimento.

1) Dov’è la novità? La novità è il terrorismo che sta attaccando l’Europa, dall’aggettivo che ci ostiniamo a considerare straniero, ossia il terrorismo “islamico”. Non è la prima volta che abbiamo a che fare con dei terroristi nel continente, ma stavolta li percepiamo come frutto di un’invasione, di un tradimento alla nostra accoglienza, di un’ingratitudine. Eppure, a conti fatti, qui si parla di persone che da generazioni vivono e crescono sulla nostra stessa terra, figli che abbiamo educato nelle nostre scuole e con le nostre politiche di integrazione, insegnando loro lingua e valori comuni. Inutile quindi continuare a parlare di immigrati, qui siamo di fronte ad un figlio “diseredato” della famiglia europea, prodotto della messa in pratica dei nostri valori pacifisti, di tolleranza, rispetto e solidarietà, venuto su non proprio secondo le nostre aspettative. La domanda che dovrebbe sorgere spontanea è: perché? Dove ho sbagliato?

E’ vero che – diceva Fallaci – i musulmani non sono tutti terroristi ma tutti i terroristi oggi sono musulmani, ma questo comporta un’ulteriore riflessione. Perché una frangia radicale di questa vasta popolazione di credenti nel mondo si affida a tale interpretazione, semplificata e manipolata, fino a dare la propria vita nel nome di essa? Cosa rappresenta l’islam radicale oggi nel palcoscenico geopolitico e come si collega alle numerose divisioni interne all’islam stesso? È forse un ideale appagante per quanti vivono con frustrazione un’apparente democrazia e tolleranza (che nasconde tanta intolleranza e impone un modello unico identitario, di sviluppo, civiltà e governo a tutto il mondo)? Forse anche un mezzo per catalizzare risorse umane fragili contro chi ha sempre predicato bene e razzolato male sulla pelle e a casa altrui? Da europea anche io sogno spesso un mondo in cui tutti i popoli votano e vivono in un regime democratico, senza violenza e senza massacri, ma so bene che la realtà è molto più complessa.

2) Secondo, la libertà di satira. Al di là delle facili difese ed identificazione che ciascuno di noi ha preso, credo si tratti di una libertà che non a tutti vada giù. Perché la satira mette a nudo gli aspetti del potere – anche quello a noi piacente, o vicino, laico o religioso che sia – e molto spesso proprio non ci va giù. Dire che siamo Charlie Hebdo è una frase forte dunque, che andrebbe pronunciata dopo un’attenta riflessione. Proviamo ad immaginare. Siamo parte di una setta, e sulla prima pagina di Charlie Hebdo disegnano il fondatore o leader di questa setta (movimento, organizzazione), in postura o atteggiamento ridicolo, che dice qualcosa secondo noi di inaccettabile (ma che dovrebbe impormi quantomeno una riflessione critica, o strapparmi una risata). Pensiamoci davvero: siamo sicuri di essere Charlie Hebdo? La satira, quando utilizza metodi pacifici (la matita) ha diritto di dire quel che vuole, ci piaccia o meno, pur sapendo che il confine tra satira e diffamazione è labile. Tuttavia, se non vi fosse motivo per fare della satira, nessuno perderebbe tempo a mostrare il lato oscuro della mia setta in maniera spiritosa. Sta poi al singolo e alla sua saggezza – magari anche alla sua cultura -, capire come affrontare la satira, quando coglierne sollecitazioni perché intelligente, e quando ignorarla completamente, perché gratuita, malvagia e stupida.

La verità è che la satira ci piace solo quando colpisce il nostro nemico, mentre siamo pronti ad addurre mille motivazioni ogniqualvolta ci sentiamo colpiti al cuore. Tuttavia, la satira si può sempre usare per fini politici. Mi lascio provocare da ciò che scrive un amico musulmano: “Perché Charlie Hebdo [e oggi tutti noi con loro] si ostina a pubblicare vignette su un uomo vissuto secoli fa [Maometto]? Un gruppo dice: è la libertà di stampa; io dico, cazzate! Tanti di loro amano provocare e usare la sensibilità islamica verso l’immagine, come fosse calcio politico, di propaganda a poco prezzo circa l’arretratezza dei musulmani e il bisogno di civilizzarli. Il secondo gruppo dice: siamo offesi; io dico, cazzate! Dovresti preoccuparti più del benessere sociale, economico e politico della tua società piuttosto che urlare di fronte alla vignetta di un uomo morto tantissimi anni fa”.

Credo che al fondo di questo uso strumentale – di stampa e terroristi – vi sia sempre la battaglia per il predominio di una civiltà, e la frustrazione di chi, vivendo fuori da entrambi questi fronti, e magari in Occidente con radici orientali, si sente via via privare della propria identità, ossia dell’orgoglio per il fascino e l’antica ricchezza di una civiltà florida, tollerante e geniale che qui pochi ancora studiano, sempre più etichettata come retrograda e antimoderna perché privata dei suoi migliori talenti. Questi vengono mandati a studiare in Occidente, e vivono un complesso d’inferiorità che si porteranno fino alla fine della loro vita pubblica, o sono combattuti tra il diventare difensori dell’una o dell’altra parte, senza avere modo di coltivare la propria identità. La Primavera araba è stata l’emblema di questa battaglia, fomentata dall’Occidente con le sue illusioni di democrazia e repressa nel sangue da regimi o da guerre civili, perché la scelta è netta e non può tollerare ibridi. Così, i difensori di questa antica e straordinaria civiltà, ridotta ad una sua interpretazione manipolata, conservatrice, antimoderna e misogina, diventano i potenti del mondo arabo, ossia sauditi ed emirati arabi, che insieme all’Occidente hanno creato il grande mostro.  Un mostro che ha perso la propria testa, la propria storia, il proprio orgoglio, e si rifugia in un’idea semplice di religione per ritrovare una casa, e nella violenza - arma dei deboli - per ritrovare un motivo per esistere e sentirsi vivo.  

3) Terzo, la relatività del coinvolgimento emotivo.  Quanto vale un morto nel nostro mondo “civilizzato”, e quanto altrove? Di conflitti nel mondo ce ne sono purtroppo moltissimi. Senza prenderli uno per uno, basterebbero due esempi in qualche modo collegati ai fatti di Parigi. In Nigeria, proprio nei giorni degli attentati, Boko Haram (altro gruppo terrorista islamico) si accingeva a mietere duemila vittime nel silenzio mondiale. In Siria – una Siria in cui, nel nostro immaginario, c’è solo l’Islam State, e invece no, c’è ancora e prima di tutto un regime sanguinario guidato da Assad e da esponenti della setta alawita – si continua a morire, e così pure nei campi profughi dei paesi vicini, dove sta nevicando, e le famiglie vivono senza elettricità e senza riscaldamento. La maggioranza di queste vittime è musulmana, per giunta sunnita, lo stesso ceppo dei combattenti dell’IS - dov’è qui Giuliano Ferrara con le sue crociate? I conti non tornano. Mi fa rabbrividire questo silenzio assordante sul genocidio siriano – e il suo conseguente esodo - che sta svuotando completamente un paese ricco di storia, cultura e dignità nell’indifferenza generale.


Ci sarebbe molto altro su cui riflettere, assenze e presenze stonate tra i leader di stato alla manifestazione di ieri a Parigi, o i disastri dell’intelligence.

domenica 4 maggio 2014

"I buoni" di Luca Rastello, viaggio nell'anima nera del sociale

Già prima di tornare in Italia per una breve vacanza, alcuni amici mi hanno accolta trionfanti annunciando l’uscita de “il” libro: I Buoni, di Luca Rastello (edizioni Chiarelettere), e regalato una copia. Senza addentrarmi nel merito della polemica tra l’autore, A. Sofri, G. Caselli e N. Dalla Chiesa, dico la mia, da lettrice che ha conosciuto certo mondo da vicino.

L’idea del romanzo mi sembra piuttosto originale, e solleva scomodi interrogativi su cosa si nasconde dietro apparentemente nobili attività di tipo sociale, fatti e vizi che spesso molti non vogliono o non riescono a vedere. 

Una ragazza rumena, Azalea, arriva a Torino, viene inserita in una comunità, e fa carriera fino a diventare la pupilla del grande capo, l'inavvicinabile santone che pare soffrire quando parla ed indossa maglioni bucati. Attraverso gli occhi di lei, quel mondo di "buoni" che lavorano per combattere il male oggi più in voga, le mafie (una volta era la droga), viene affrontato dapprima con riconoscenza e sorpresa, poi con critica e ribellione. Dietro tanti buoni propositi e attività meritorie, infatti, Azalea scopre ambigui rapporti di potere e dubbi flussi di danaro, bilanci falsificati, vizi privati pagati dai dipendenti con mesi senza stipendio, “accompagnamenti” (ovvero licenziamenti), contratti illegali, mobbing.

Finora il dibattito si è concentrato su don Silvano, personaggio senza dubbio ispirato a don Luigi Ciotti, e sul riferimento alle attività condotte dal Gruppo Abele, ma nel romanzo c’è molto di più. Livio Delfino somiglia in modo impressionante al deputato Mattiello, e il moschettiere che da un giorno all'altro inizia a vestirsi bene al direttore di Acmos e Benvenuti in Italia. Per quel che ne so, i riferimenti sono veritieri. Così come è fedele il linguaggio utilizzato nell'ambiente, le espressioni coniate dai capi, da imparare a memoria e da imitare. Anzichè prendere pur comprensibili difese, come fanno Dalla Chiesa e Caselli, perchè non chiedere qual è la verità a quanti ci hanno lavorato e poi sono spariti?

Ma la potenza di questo lavoro sta nel fatto di avere la forma di un romanzo. Forse in parte mosso da vendetta (chissà...), in un gioco di numeri e fatti espliciti, talvolta imbarazzanti, questo libro verrà consegnato all’eternità come ogni romanzo, scavalcando gli stessi personaggi a cui è ispirato, raccontando le verità per cui è stato partorito. Ovvero, l’altra faccia di chi lavora nel sociale, un tabù che pochi hanno il coraggio di affrontare. Chi ci è passato, si è interrogato, prova a starci a modo suo, chi lavora dal basso ignaro di certe dinamiche, chi non si fa domande, chi se le fa ma tiene duro per perseguire il proprio obiettivo, può confermare che Rastello non parla di un altro mondo, ma del nostro, delle trame oscure che albergano in ogni essere umano. Dove chi si oppone a certi poteri occulti talvolta finisce per replicare le stesse dinamiche con altri deboli. 

Quando lavoravo a Libera Piemonte (alcuni mesi pagata da un altro ente con un progetto fittizio, altri mesi non pagata perchè i soldi avuti da quell'ente come sostegno all'associazione dovevano bastarmi - alla faccia della legalità), e le mie superiori mi accusavano di non avere abbastanza passione (ovvero di non strapparmi i capelli durante le manifestazioni per le vittime di mafia, di non commuovermi quando parlava don Ciotti, di non sottostare alle indecenti condizioni di lavoro in nome dell’idea, di rivendicare i miei limiti di orario e una vita al di fuori del giro), dentro di me avvertivo il disagio di una parodia che non mi apparteneva, da cui sono fuggita.

Il romanzo di Rastello mi ha riportato precisamente a quelle sensazioni, per fortuna oggi così lontane. E visto che tanti provano a smontarlo, io lo difendo. Perché le verità scomode delle nostre vite private, al netto degli annunci pubblici, ci rivelano che non basta etichettarsi con attività meritorie per definirci santi, o buoni; che fare il bene ci porta inevitabilmente ad accarezzare il male (il grano e la zizzania sempre coesisteranno, e non riconoscerlo è da ingenui) e talvolta ci conduce a fare il male in nome del bene. A lui il merito di avercelo ricordato.

Non a caso, molti rivendicano un'antimafia diversa, nonviolenta, anti-mafiosa prima di tutto, ovvero priva di atteggiamenti equivoci anche nella gestione degli affari interni; un'antimafia che guardi al nemico con fermezza e umanità, cercando soluzioni più complesse, e che non si regga su un altro tipo di omertà. Altrimenti, come tante altre necessarie battaglie, essa diventa solo un'ideologia, come suggerisce Rastello, un modo per crearsi un posto nel mondo, raccogliere soldi, e non sfidare il male alla sua radice. 

Quando si chiede all’autore di riassumere il lavoro in una riga, egli afferma: "Se abbassi lo sguardo critico su te stesso e vesti un’identità virtuosa con troppa convinzione probabilmente stai stritolando qualcuno”. Questo è solo un assaggio. Per i dettagli, leggete il libro!


giovedì 27 marzo 2014

All'estero non sempre è meglio: quello che i giornali non dicono

In questo post, che riassume alcuni miei post precedenti, vengono messi volutamente in luce gli aspetti negativi della mia vita da expat, per dire quella parte di verità che così poco traspare dai media quando si raccontano le storie di chi vive all'estero, storie opportunamente selezionate, generalmente "vincenti". Non è mia intenzione negare gli aspetti positivi che ho raccontato altrove. Premessa doverosa, perciò, è che ogni singola esperienza può essere diversa a seconda di età, spirito, budget, ambito di lavoro, incontri, fortuna, fase di vita, priorità del momento.


Vivo da un anno e mezzo lontano dall’Italia e non ci torno spesso. Ero andata via perché stanca del provincialismo, del precariato, del pessimismo. Vivevo a Torino, la città che più ho amato (più di Roma, di Parigi, di Bruxelles, dove ho pure ho vissuto per un po' nel frattempo) e che ad un certo punto non sopportavo più. Per strada, la gente era imbruttita. Non c’era più fiducia, non c’era più speranza, la crisi le aveva mangiato l'anima. Ero arrivata da un paesino della Puglia dieci anni prima, ma anche Torino era diventata troppo piccola, troppo uguale all’Italietta viziata, troppo limitata, troppo autolesionista.

Sono andata via senza reali opportunità, ma con la voglia di vedere qualcosa di diverso, e prendermi del tempo per pensare e migliorare l’inglese. Ho conosciuto moltissime persone, italiani e non, e visitato, per lavoro (occasionale), diversi paesi europei e mediterranei (Turchia, Egitto, Grecia, Germania). Ho vissuto per alcuni mesi a Londra, a Susa in Tunisia, a Glasgow in Scozia. Ogni volta che tornavo in Italia, nonostante l’entusiasmo delle nuove esperienze, mi assalivano dubbi, che ora spiegherò.

Dall’Italia si guarda all’estero come al mondo delle favole. Tutto funziona, si trova lavoro, ti trattano benissimo, il tuo merito viene sempre riconosciuto. Dopo un po’ questa retorica (che all’inizio colpisce, effettivamente) l’ho trovata un po’ falsa e mi ha decisamente stancato. Complice sicuramente l’avanzata di una crisi che ha superato ogni immaginazione. Questa è quella parte di storia che si legge poco sui giornali, perché non fa gola e non alimenta la retorica che l’Italia è sempre peggiore.


Londra: una città, una nazione, la meta da sogno degli italiani in fuga

A Londra se arrivi con un titolo italiano che non sia ingegneria non è così facile trovare lavoro. In più, oltre al fatto di essere dannatamente cara, da un anno la massa di sudeuropei che ha invaso la capitale britannica ha creato un ingorgo nei settori in cui anni addietro si riversavano in massa (e abbastanza facilmente) gli immigrati che arrivavano senza conoscere la lingua, come la ristorazione. Anche a Londra ti assumono in nero, e/o ti pagano a provvigioni, o una miseria; anche a Londra (gli italiani che hanno fatto fortuna) ti chiedono (mio primo colloquio in assoluto!) se sei impegnata, per tastare libertà di movimento e possibilmente allontanare spettri di gravidanze. Anche a Londra fai stage a gratis (e ti pagano solo le spese di trasporto e pranzo, che comunque sono un salasso!), illudendoti che troverai di meglio. Anche a Londra, dopo aver preso un Master nelle migliori università del mondo, puoi aspettare mesi prima di trovare un impiego (supportato però dalla Job Seekers Allowance, che da noi non c’è, ma che, considerando i costi di vita della capitale, non consente lo stesso una vita indipendente). A Londra sei disposto a fare, nella speranza di un futuro diverso, dei lavori che in Italia non faresti mai. Anche a Londra ci sono tanti disoccupati, sia inglesi che stranieri, che attendono la svolta. E molti di quelli occupati che fanno orari da schiavi con paghe da fame (esempi fra tutti i kitchen-porter e venditori asiatici degli shops aperti 24h) sono comunque al di sotto del livello di povertà, considerato il costo della vita. Anche a Londra (ma non solo, per fortuna) hanno finalmente importato la parola e il concetto di “precariato”. Ho fatto un’intervista (per me indimenticabile) al professore che ha questo merito. Come tutti qui, risponde immediatamente alle email e organizza la chiamata via skype. Sì, anche lui che per vent’anni è stato consulente dell’ILO.

D’altro canto, a Londra puoi fare anche palate di soldi, o semplicemente vivere bene e costruirti una carriera, se lavori nel settore giusto, se hai il marito giusto o se hai i genitori giusti (meglio se in Parlamento) che ti paghino una buona Università o che, per fuggire al Fisco, decidano d'investire nell’immobiliare, e ti comprino una casa nel quartiere Kensington o Islington (perché si può essere secondi solo a William e Kate!). Ma questa è una storia che conosciamo bene e che viene adeguatamente rappresentata nei media (senza però raccontare i retroscena e i vantaggi di partenza), al contrario di quest’altra, quella di tanta gente comune, figlia di nessuno, che non ce la fa secondo la retorica corrente, non perchè peggiore ma perchè tutto il mondo è paese.

Così come non posso negare il fatto che Londra valga l’esperienza in sé, perché è un mondo nuovo, dinamico, appassionante e variegato che, se possibile, bisogna sperimentare e conoscere. Nonostante le (imponenti) diseguaglianze, questa città continua a colpire l’immaginario perché offre grandi sogni, e a tratti anche barlumi di normalità. Amicizia, amore, politica, passioni. Vertigine e solitudine. Shopping e natura. 

Pur essendoci rimasta relativamente pochi mesi, sette – e solo grazie all’impagabile ospitalità di una coppia di amici –, ho conosciuto da vicino le abitudini degli autoctoni vivendo per due mesi in una famiglia inglese (dove si cena seduti tristemente sul divano a guardare la tv, non a tavola), ho reimparato ad appassionarmi alla politica italiana grazie al PD Londra, ho consumato troppe suole per conoscere ed amare gli angoli sconosciuti e poco turistici, ho provato l’ebbrezza di entrare nell’esercito dei job seekers al servizio della rigida “governamentalità” dei job centers. Ma soprattutto ho capito che la parte migliore, più consona al mio spirito, era fuori Londra (scoperta non banale, visto che molti abitanti o visitatori non conoscono il resto del Regno Unito). Così sono partita, alla prima occasione di lavoro. Ma non per Bristol. Per la Tunisia.


Susa e Tunisia: dove gli italiani vanno a godersi la pensione

La Tunisia, così inneggiata (non solo in Italia) nella retorica rivoluzionaria della primavera araba, così amata dai connazionali, in quella fase era ancora abbastanza pericolosa e instabile. Sempre per rovesciare i credo italici, questa terra si è rivelata un campo di battaglia tra americani e tedeschi sul fronte rivoluzionario, e tra integralisti e moderati/laici sul fronte religioso e politico. Gli italiani in fondo l’amano perché viverci costa poco e perché vengono trattati come degli déi. È vero che sempre più connazionali ci si trasferiscono in tempo di pensione, perché anche con 500 euro a testa (oltre 1000 dinari tunisini) si conduce una vita dignitosa, e poi farsi costruire una casa costa poco (tanto chi se ne frega della cementificazione sfrenata! Moltissimi europei hanno qui la seconda casa, disabitata per gran parte dell’anno). Detto questo, è vero che in Tunisia ci sono alcuni angoli incantevoli (Kelibia e Mahadia su tutte), ma è decisamente sporca e inquinata da buste e bottiglie di plastica. E anche lì ho rimpianto e riapprezzato il nostro verde, conservato dignitosamente anche nei posti meno curati, non solo nei giardini degli ambasciatori a Sidi Bou Said.


Glasgow, dove può capitarti di morire a sessant’anni (come in tempo di guerra)

Quando ho deciso di riprendere a studiare per un anno, ho scelto Glasgow perché mi era piaciuta. Mi ricordava per certi versi Torino: angoli molto belli alternati a palazzi bruttissimi, spirito tenacemente popolare, e in più tanta buona musica. Glasgow conserva quella rudezza british (irritante quanto affascinante) che è quasi scomparsa a Londra. Qui c’è meno “plastica”, nel bene e nel male. Puoi andare ancora ad un concerto gratis, o a 5 pound, e suoni nei locali anche se sei brutto, hai sessant’anni e indossi una tuta (ah, puoi tenere pure delle lectures universitarie in tuta, se così ti gira). Anche qui però c’è tantissima disoccupazione, e se sei fortunato finisci a lavorare in un call centre (ma va?!). Le statistiche dicono che nelle zone più povere della città (senza andare troppo in periferia), ad est, si muore in media a 56 anni. Per una congiuntura che nessuno sa ancora spiegarsi, il cosiddetto “effetto Glasgow”: alcol, droga, pessima alimentazione (?). Lo stato spende miliardi per programmi di educazione alimentare, puntualmente progettati e valutati da esperti accademici che esultano se un bambino capisce l’importanza di mangiare ogni tanto una mela e un po’ di verdura. Qui a Natale le famiglie passano a prendere il pranzo pronto in rosticceria. A me, che vengo da un paesino che sforna cucina e sapori di prima qualità, tutto questo sembra assurdo. E se hai dei figli, scordati di uscire la sera se non vuoi reclutare una baby-sitter: i minori di 18 anni non sono ammessi praticamente dovunque, neppure accompagnati.


Potrei continuare all’infinito, e non perché mi diverta sottolineare le criticità (vissute da me o dai miei amici) dei posti in cui ho vissuto, o in cui sono stata di passaggio (potrei anche raccontare di Berlino, volendo), interrogando i migranti su come vivono realmente. E' che si parla solo di buoni stipendi, carriere e trattamenti privilegiati per gli italiani, sempre e comunque, e non è vero.

È che stando via mi è successa anche una cosa curiosa, che ritrovo prepotentemente nei discorsi di Matteo Renzi. Ho reimparato a guardare la bellezza dell’Italia, quella che stiamo svendendo a russi e compratori vari, e il valore di tante sane tradizioni, grazie al confronto con queste realtà. E soprattutto grazie agli occhi e alla bocca degli stranieri stessi. Che amano la nostra terra, mangiano un gelato e si sentono in Paradiso, sono capaci di attendere per mesi un visto pur di passarci, o farsi fotografare sulla gondola o davanti alla fontana di Trevi, e a volte conoscono posti che a te mancano. In fondo capisci il valore delle cose quando percepisci che le stai perdendo. E l’Italia è troppo bella e ricca di umanità, cultura, arte, cucina e tradizioni popolari per fare la fine che le vorrebbero far fare.

Se c’è una cosa che ho scoperto valga davvero una partenza, è appunto la forza del confronto, che abbatte il pregiudizio, e ti riporta alla realtà delle cose e al loro valore. Il valore delle relazioni, del cibo buono e sano, delle stagioni, del tempo che passa senza restare soli, anche se lo Stato non ti assiste materialmente. Il valore estetico delle nostre diversità regionali, architettoniche, culturali, dialettali. Il valore delle piccole battaglie, che devi esser pronto a condurre nel paesino africano come in quello del Sud Italia.

Così, un semplice tramonto sul Monte Vulture (come quello qui sotto), dalla stessa visuale che ho avuto per diciannove anni, riacquista una bellezza inaudita, perché viene assaporato con la stessa emozione e meraviglia accumulata in viaggio. Tutte cose che, quando scopri che si è precari dovunque, acquistano un valore immenso, ti fanno star bene dove sei ma con una nuova, inaspettata, nostalgia dell’Italia. 

Se tanti di quelli che volessero tornare potessero farlo, pur rinunciando a qualcosa, e avessero spazio per mettere a frutto creatività e innovazione, così apprezzate tra chi non ce le ha (i così tanto elogiati cinesi, per esempio), se tornasse ad esserci un clima di fiducia, l’Italia sarebbe davvero il paese più bello del mondo.



domenica 2 marzo 2014

Snowden Rettore (in the name of freedom)



Glasgow, 22 febbraio 2014

Edward Snowden, 30 anni, l’ex dipendente della CIA che ha svelato l’utilizzo dei dati privati da parte del governo USA, è stato eletto Rettore dell’Università di Glasgow con oltre tremila voti il 18 febbraio 2014. Sembravano uno scherzo del tipo “vota Antonio” i manifesti appesi ad ogni angolo del Campus (“Vote Edward Snowden”) e invece la campagna aveva qualcosa di reale oltre che simbolico. Snowden vive da esule in Russia ed è diventato il simbolo della battaglia contro la invasività dell’intelligence americana nella vita privata degli individui di tutto il mondo, iniziata in modo sistematico e massiccio all’indomani dell’11 settembre, con una legislazione antiterrorismo al limite del costituzionale. Con questa elezione, gli studenti di Glasgow hanno voluto rendere omaggio alla libertà d’informazione e d’espressione di cui ogni Università dovrebbe essere veicolo.

Snowden ha così commentato la sua elezione: "Sono grato agli studenti dell’Università di Glasgow per questa dichiarazione storica in difesa dei nostri valori condivisi. Questa decisione coraggiosa ci ricorda che il fondamento di ogni apprendimento è audace: il coraggio di investigare, di sperimentare, di domandare. Se non contestiamo le violazioni dei diritti fondamentali delle persone libere di essere lasciate indisturbate nei loro pensieri, associazioni e comunicazioni – di essere libere dal sospetto senza causa – avremo perso il fondamento della nostra società pensante. La difesa di questa libertà fondamentale è la sfida della nostra generazione, un lavoro che richiede la costruzione di nuovi controlli e protezioni per limitare i poteri straordinari degli stati sulla sfera della comunicazione umana. Questa elezione dimostra che gli studenti della Glasgow University intendono aprire la strada, ed è mio grande onore servire come loro Rettore”.

Il ruolo di rettore non è di sola rappresentanza, ma presiede anche l’organo incaricato di gestire le risorse dell’Ateneo. Su questo punto, vi è da qualche mese un grande dibattito circa la decisione di destinare, da parte dell’Università di Glasgow, oltre 19 milioni di pounds in fondi d’investimento di combustibili fossili e compagnie quali Shell e BP. Gli studenti, con la raccolta di oltre 1000 firme (nell’ambito della campagna globale Go Fossil Free), chiedono di rivolgere tali investimenti ad altri settori, come quello delle energie rinnovabili, in ragione dell’impatto negativo che le industrie di combustibili fossili hanno e continuano ad avere sui cambiamenti climatici.

L’elezione ha suscitato commenti di ogni tipo. Da un lato, il prof. Scheuer della Georgetown University (US) ha definito tale scelta un segnale di fallimento del sistema universitario scozzese, poiché Snowden rappresenta a suo parere un modello negativo, che ha tradito la propria patria e danneggiato sia USA che UK. Dall’altro c’è il linguista americano Noam Chomski, che il 21 febbraio, in collegamento dal suo studio via Skype, si è complimentato con gli studenti per una scelta di libertà e indipendenza, mettendoli inoltre in guardia di fronte alla tendenza sempre più marcata delle Università anglo-americane di utilizzare i luoghi della creatività e della diffusione del sapere al servizio del mercato. Durante il suo breve intervento, egli ha elogiato e supportato la campagna contro i contratti da “zero ore” (una tipologia di contratto “a chiamata” introdotta in UK per favorire la flessibilità dei lavoratori occasionali e part-time, molto utilizzata nel settore dell’istruzione, della sanità e della ristorazione), che danno lavoro precario a più di 770 membri del personale amministrativo.



mercoledì 1 gennaio 2014

Nebbia fitta, metafora di un Paese

Minervino Murge, 1 gennaio 2014

C’è nebbia fitta qui a Minervino, dopo giorni di alte temperature e di tramonti rosso fuoco. Mi capita di passeggiare per le strade di un paese deserto. Il senso di desolazione, acuito dalla nebbia, stavolta è netto. Dovunque spuntano cartelli di “Vendesi”, specie sulle porte delle case del centro storico, mentre nella zona nuova si continua a costruire, a cementificare, a vendere.

In questi giorni, chi è rientrato è tornato alle tradizioni enogastronomiche del Natale e ai raduni familiari. Passando dalla piazza principale, il centro del paese, osservo i bar pieni di uomini, che mi ricordano i bar “poveri” della Tunisia, e noto che dopo oltre trent’anni si sta finalmente ristrutturando – con calma - un vecchio cinema. Prima ancora ce n’erano due, di cinema, ma a quei tempi, va detto, non c’era la televisione.

Nel paese resistono alcune giovani famiglie e tantissimi anziani (i cui figli vivono altrove) accuditi da donne dell’est Europa, che ogni pomeriggio si radunano, alle cinque, nella villa Faro. Il centro storico, composto di antiche casette bianche, strettoie e strade in pietra, sta crollando a pezzi, e i pochi angoli ristrutturati dai singoli privati spesso stonano con l’architettura di base. È proprio un peccato assistere a tutto questo. Nessuna iniziativa per la cultura, l’evento di punta resta la sagra del fungo cardoncello, a fine ottobre.

Che è pure qualcosa, la sagra, ma possibile che nessuno valorizzi a livello turistico il fatto che Minervino si trovi entro i confini del Parco Nazionale dell’Alta Murgia, istituito nel 2004? Possibile che nessuno noti l’assonanza con i paesaggi del West Bank palestinese? Possibile che la biblioteca, una volta frequentatissima e ricca di iniziative, stia morendo, e che nessun bambino legga più? Che il palazzetto dello sport resti inagibile per motivi di sicurezza? Che non ci sia una piscina comunale, una libreria (degna di questo nome), un modo per ridare vita al centro storico? Che nell’amministrazione comunale non ci sia ricambio effettivo e una svolta politica, al di là dell'utile scusa della mancanza di fondi? Che con la generazione dei nostri genitori si stiano perdendo definitivamente le tradizioni più importanti?

È, forse, la metafora di un intero Paese. Servirebbe un movimento più generoso delle nostre singole buone intenzioni, fomentato dalla crisi e dalla necessità di lasciare – per motivi di oggettiva invivibilità – le città della moda e della finanza, che spezzi il dominio della mentalità chiusa e gretta, e che riporti anche solo per periodi limitati molte delle energie positive educatesi nei viaggi e nel confronto con culture differenti. 

giovedì 19 dicembre 2013

Per Natale facciamoci un regalo: non compriamo su Amazon

Minervino Murge, Italia.

Avevo in mente un altro post ieri, divertente, in cui avrei descritto il viaggio in aereo da Londra a Bari, con l’occhio di una pugliese cittadina del mondo che guarda con affetto e un pizzico d’ironia le abitudini dei propri conterranei.


Invece no, cambio argomento, ne scelgo uno più serio, che mi ha suscitato l’articolo de L’Internazionale di questa settimana sulle condizioni di lavoro nel magazzino Amazon di Swansea in Galles. Che mi ha dato molto da riflettere sui paradossi della società capitalista in cui viviamo. Dove vogliamo comprare di tutto, anche roba inutile, standocene comodamente seduti a casa, pagandola addirittura meno di quanto costa in un negozio (senza spese di trasporto, in UK). Senza pensare al “come” questo incredibile affare sia possibile.

È possibile perché un’azienda sfrutta ai limiti dell’umano i suoi dipendenti, in maggioranza precari, imponendo condizioni che ci ricordano l’Ottocento o altri continenti, sfruttando la disperazione dovuta alla fine del lavoro come lo conoscevamo, fine che non è dovuta solo alla crisi, perché, finanza a parte, la crisi perenne in un certo senso la stiamo creando noi, con le nostre scelte di vita, di consumo, di investimento. È possibile perché Amazon attua concorrenza sleale ed evade le tasse.

Chi lavora in Amazon una volta aveva un’attività in proprio in cui credeva e da cui guadagnava molto di più. Questo gioco precario ci sta portando nel baratro. Perché siamo, o ci sentiamo a volte, più poveri, e consumiamo però più roba inutile comprandola in posti in cui lavorano persone che se fossero nostra sorella o nostro cugino saremmo pronti a fare denuncia, e gli diremmo che quella non è vita, e che forse sarebbe meglio inventarselo, un altro lavoro.

Ancora una volta, credo che dovremmo dire di no, così come dovremmo dire di no a Primark e tanti altri che commissionano vestiti in Bangladesh alle condizioni (di lavoro e sicurezza) che abbiamo conosciuto solo dopo una immane tragedia. Sembrerà anacronistico, ma il cappello di lana di cui ho bisogno quasi quasi me lo faccio all’uncinetto, visto che ne sono capace.
Il pensiero di questa fabbrica nel cuore dell’apparente benessere della nostra civiltà mi fa orrore. D’ora in poi, io che pure ho un account Amazon, proverò sul serio a non comprare, o a comprare solo e-books, che non comportano lavoro manuale, nella scelta, nell’impacchettamento e nella consegna.

A Natale, se proprio non resisti alla tentazione del consumare cose inutili, cerca di non comprare su Amazon. Se proprio hai bisogno di un oggetto che non puoi permetterti altrove, almeno rinvia l’acquisto al dopo-Natale, quando i ritmi di questi schiavi si riducono. 

sabato 26 ottobre 2013

Dialogo immaginario col mio coinquilino

Persino in questo paese relativamente libero, gli uomini, nella maggior parte (per pura ignoranza ed errore), sono così presi dalle false preoccupazioni e dai più superflui e grossolani lavori per la vita, che non possono cogliere i frutti più saporiti che questa offre loro: le fatiche eccessive cui si sottopongono hanno reso le loro dita troppo impacciate e tremanti. In effetti, un uomo che lavora duramente non ha abbastanza tempo per conservare giorno per giorno la propria vera integrità: non può permettersi di mantenere con gli altri uomini i più nobili rapporti, perché il suo lavoro sarebbe deprezzato sul mercato; ha tempo solo per essere una macchina.(Walden, H.D. Thoreau)



Glasgow (Scozia), 25 Ottobre 2013

A volte, come tanti, ho paura del futuro. Però mi riprendo in fretta, e oggi già sto meglio. Così tra letture, e nelle lunghe passeggiate quotidiane, ho immaginato una sorta di dialogo col mio coinquilino, prototipo della vittima di questo tempo.

Quarant’anni, pochi amici, forse in passato ha avuto problemi con l’alcol e/o con la polizia, tanto che, unico nel Regno Unito, al pub beve succo di frutta. Come me. Non lavora, se non a periodi alterni, e vive – a parte del mio affitto - con la JSA, la Job Seekers Allowance, un contributo offerto dallo stato mentre i Job Center ti aiutano a cercare lavoro, a volte per mesi o anni. Vorrei un dialogo maggiore con lui, ma non capisco francamente un accidenti quando parla con quello strettissimo – e direi irritante - accento “glaswegian”.

Qui l’opinione pubblica è da sempre divisa sul tema dei social benefit. Chi lavora accusa i long-term JSA di vivere a spese dello stato; chi non lavora e vive con il misero contributo per vitto e alloggio sogna altro. Giudichiamo perché qui lo stato è la versione britannica della famiglia italiana, quando c’è, che da noi garantisce in vari modi la stabilità ed aiuta ad esorcizzare la paura dell’ignoto…

Ribadiamo alcuni punti fermi: anche nei paesi sviluppati, siamo tutti meno “uguali” di quel che pensiamo, il capitalismo ci rende più soli e attaccati ad un sogno impossibile, quello che solo nella ricchezza possiamo dirci felici e tranquilli. E poi, questa crisi non finirà mai. Le industrie, quando hanno ancora mercato, scappano dove possono inquinare indisturbate e sfruttare lavoratori al limite della sicurezza e dei diritti; i servizi e tante inutili amenità ci stanno sommergendo, e costringendo ad una vita orientata ai consumi, allo spreco, all’ineguaglianza.

No, troppo astratto. Diciamo che il mondo è diviso tra sicuri e insicuri, ansiosi di accumulare (a varie grandezze) e ansiosi di arrivare al domani. Il lavoro non è più indice di benessere. Tanto che a Londra molti tra quelli che hanno un lavoro vivono sotto la soglia di povertà relativa. Il concetto del lavoro è una convenzione sociale: viene considerato lavoro ciò che il capitalismo definisce produttivo e dunque remunerativo, anche se non apporta nessun beneficio sociale. Quel che non è produttivo in questo senso diventa inutile, ozio, non-lavoro (passatempo? Volontariato? Passione? Hobby?), anche se forse in un’altra epoca, o in un sistema alternativo, sarebbe un lavoro, o quantomeno avrebbe dignità ed utilità sociale, e i lavori davvero inutili o addirittura dannosi sparirebbero.

Torno al Job center. I Job center funzionano bene, ma non possono fare assolutamente nulla. Il lavoro che vorremmo non c’è più per tutti. Quando c’è, è temporaneo e malpagato, o ci rende insoddisfatti, perché così serve il sistema. Il mostro viene creato e poi si finge di volerlo abbattere, per poi dare la colpa ai disoccupati che campano a vita sui benefit. Io penso una cosa semplice e forse semplicistica. Tutti vogliono lavorare. Tutti vogliono un lavoro soddisfacente e retribuito per vivere dignitosamente. Ma soprattutto, tutti vogliono fare qualcosa che piace, sentirsi realizzati, fare qualcosa che contribuisca a migliorare la vita sulla terra, a capire meglio le miserie umane ed alleviare le sofferenze e le disparità, materiali e immateriali. Ritengo quindi che si debba ripensare il concetto del lavoro. Semmai, ciascuno ha al contempo diverse priorità e considera il lavoro una componente tra tante dello spazio quotidiano, a cui dà diversa importanza in ogni fase della vita. Inoltre, lo stereotipo del lavoro stabile, e l’idea che tutti dobbiamo vivere con lo stesso tenore di vita (anche se non ce lo possiamo permettere), ci sta mangiando il cervello. NON siamo tutti uguali. E non lo saremo MAI. La democrazie e la meritocrazia NON esistono. Perché agitarsi? Se ci dicessero che tutto questo è normale, saremmo più sereni, vivremmo meglio, saremmo meno depressi, avremmo meno ansie, e ci aiuteremmo di più.

Perciò se per un giorno lavorassi al Job center, al mio coinquilino direi…
“Ascolta Brian, il lavoro NON c’è, inutile illuderti, se e quando c’è – anche se nella maggior parte dei casi ti farà schifo - ti diamo un colpo di telefono. Intanto, nell’attesa, iniziamo a risistemare cose essenziali per vivere meglio: visto che hai tempo, anziché mangiare schifezze precotte ogni giorno, che ti faranno morire a cinquant’anni [guardare le statistiche per credere!] e anziché deprimerti davanti alla tv dopo questi mortificanti colloqui, ti facciamo fare delle cose utili alla tua persona, dove incontri persone nuove. Che ne so, fare il pane, preparare dei dolci, cose semplici, o altri lavori manuali, per usare in modo proficuo questo tempo. Vi manderei un artista (ma non di quelli spocchiosi), dopo avergli fatto leggere Ruskin, per insegnarvi a disegnare, a guardare ai dettagli, ai colori, a queste nuvole stupende che corrono ogni giorno nel cielo, in modo diverso; ti riempirei di libri essenziali su cui meditare, con cui sentirti ugualmente appagato e produttivo, anzi vi farei fare pure dei corsi di scrittura, individuale e collettiva. A questo proposito, prenderei uno di quegli stabili ex-industriali e rifarei completamente la biblioteca di quartiere, che com’è ora fa schifo, è piccola, inutile e non accogliente. Ti direi, visto che sei appassionato di escursionismo, di organizzare, per tutti i disoccupati di Anniesland, tossici compresi, una gita di gruppo, qui vicino, a Loch Lomond, che conosci bene, con tanto di pic-nic in cui ognuno porta qualcosa da mangiare  - quelle robe che imparerete a preparare -. In fondo, la natura resta ancora un bene pubblico (almeno qui), qualcuno dice che porti beneficio, e che il degrado umano sia dovuto all’allontanamento dai ritmi e tempi della natura. Ti direi, sforzati di usare di più la bici, almeno per le brevi distanze, tanto di tempo ne hai, così sfoghi il tuo nervosismo e fai sport, inquini di meno e risparmi sul carburante. Userei questi soldi pubblici per farvi fare laboratori di musica, canto, pittura, fotografia, ma anche falegnameria, saponificazione, cucito, uncinetto (ok, solo per le donne…). E a Natale farai un figurone, con mamma, papà e sorella. Anziché passare in rosticceria e mangiare per il pranzo natalizio robe precotte, che proprio non si può sentire, preparerai tutto tu; ok, non mi aspetto i ravioli ripieni fatti a mano. E tutto avrà un sapore diverso. E tutto costerà meno. E penserete un po’ meno ai soldi e baderete più alla qualità della vita, a produrre con le mani quello che serve, e al dono del tempo e dei rapporti autentici, mentre aspettate quella chiamata che chissà se e quando arriverà”.

Consideriamo per un istante le cause della maggior parte delle
seccature e delle ansietà di cui ho parlato, e quanto sia
necessario per noi essere travagliati o almeno preoccupati.
Sarebbe di qualche vantaggio condurre una vita primitiva e di
frontiera, anche se ci troviamo nel bel mezzo d'una civiltà
puramente esteriore, se non altro per imparare quali siano le
necessità materiali e quali siano stati i mezzi impiegati a
soddisfarle

HD Thoreau, Walden