giovedì 29 agosto 2013

Mediterraneo












Salonicco, Grecia.

Città frizzante, Salonicco, di questi tempi ancora troppo cocente e umida, è stata una piacevole scoperta. Poche ore di sonno, dissanguata dalle zanzare, mi ha fatto conoscere belle realtà e bella gente. Addirittura già conoscenze in comune – in Tunisia! - con tre francesine di passaggio. La crisi quasi non si vede, ma c’è, vorrebbe essere l’opportunità per spingere la città verso una vocazione meno industriale e più culturale. A chi s’immagina una Grecia imbruttita, piegata dalla depressione, dirò che non è così. Tanta gente che fa sport, spazi pubblici ampliati e abbelliti, ci si dedica attenzione e cura, si resiste. 

È vero, come da noi, che molti giovani in gamba sono costretti ad emigrare (e ancora si sentono dire che non fanno abbastanza per cambiare le cose, mentre io continuo a credere che abbiano semplicemente più coraggio di chi sputa facili sentenze), nel nord Europa o in altri continenti, per “ricostruire la propria autostima”, come dicono (e fanno) Z. e K.. Ma è anche vero che, così come in Italia si resiste grazie alla famiglia, qui si resiste perché la quasi totalità della popolazione appartiene al ceto medio, e le risorse ancora ci sono, anche se il futuro fa paura e la politica è un disastro. 

Quando si parla dei problemi del Paese, sul molo, tra amici, viene da sorridere, in fondo siamo la stessa cosa, gli stessi vizi, la stessa tenuta. Con il greco scambiamo battute sui due leader emergenti, da noi Renzi e da loro un certo Tsipras; ride di gusto l’amico giordano, sconvolto dalle “nostre” conversazioni, così identiche, anche nella terminologia, alle “loro”. 

C’è dunque tanto in comune in questo Mediterraneo, nonostante religioni e culture diverse. C’è tanto in comune nel lasciar spazio, o mettere in disparte, la parte innovativa della società, nel consentire alla corruzione – interiore, innanzitutto – di essere la norma e non l’eccezione. Di questo caldo mediterraneo francamente non ne posso più, forse sto invecchiando. Ma porto con me oltre a tanto calore anche le adorate saponette all’olio d’oliva, stavolta greche.

giovedì 15 agosto 2013

Un mese che sembra un anno

Sousse (Tunisia), 6 Agosto, tarda notte

Finalmente si riparte. Non ho mai desiderato tornare in Italia come stavolta. Complice la pessima esperienza lavorativa, e una full-immersion nel mondo arabo-tunisino, soprattutto associativo, posso dire che per adesso ne ho abbastanza. E' tanto che non scrivo, quasi un mese, che mi è parso lunghissimo. Un mese così denso che a ripercorrerlo nei dettagli faccio quasi fatica: ho conosciuto la "meglio gioventù" di Sousse in occasione del Critical Mass, iniziato a frequentare persone interessanti e attive e ad avere veri amici, esplorato la Tunisia da nord a sud, terminato il lavoro, penato per partire, e conosciuto meglio Sousse stessa. Tra poche ore chiuderò la valigia, una valigia enorme ed inutile, pensata per restare fino a novembre, ma come sentivo, anche stavolta è questione di pochi mesi e via. Pochi ma densi, che sembrano anni. Perché non ho fatto la turista, ma sono entrata nelle case, nella vita diurna e notturna, e per certi versi complicata, dei tunisini.

Ho cenato fuori, da sola, stasera, per far tacere la tensione dell'incertezza, in un fast food di Tantana, seduta al tavolo con un cameriere che, ultimo di una lunga serie, mi ha scambiato per una ventiduenne, offerto la cena e un gelsomino profumato, raccontato che la sua vita è solo lavoro e sonno, che guadagna 10 dinari al giorno e che vive in attesa del suo giorno libero per tornare a Moknine, a visitare famiglia e amici. Ad un tratto, quando ormai non ci speravo più, arriva la telefonata di uno dei miei angioletti, che mi annuncia la prenotazione del volo per l'Italia da parte di chi di dovere. Torno a casa a controllare, è tutto vero, l'aver mobilitato gente dalla Scozia al sud della Tunisia ha sortito il suo effetto - alla faccia di chi mi vuole male. 

In fondo, la mia ricchezza è questa, con tutti i limiti del caso, un esercito di affetti, pronto a dare un supporto, foss'anche una parola, un letto in cui dormire, qualche minuto di compagnia, una nuotata, un tè con le mandorle, una telefonata su skype, per dire che è stato bello conoscersi, e che tutto il male di questa esperienza nasconde anche tante benedizioni e incontri che mai sarebbero avvenuti se non avessi preso quella folle decisione mesi fa.

Ultima passeggiata, lungo la via turistica di Kantaoui, la percorro tutta, per salutare un po' di gente nei vari caffè, con la musica nelle orecchie, la solita musica anglosassone che qui stona proprio. Penso che sì, in fondo è stato bello, e che come dicevo in acqua oggi, i tre portachiavi-souvenir della Tunisia partiranno con me, privi delle chiavi di una casa dove andare, persino di quella materna, e per adesso resteranno tali; che sono felice di tornare in una terra dove una donna è libera di scegliere, a trent'anni, di seguire la propria strada e non le tradizioni imposte dalla società, di camminare, viaggiare, uscire di notte e respirare senza essere tutto il tempo osservata, fischiata, molestata. 

Adieu Tunisia!