martedì 21 luglio 2015

Esistere

Io temo il niente, il non esserci, il dover dire di non esserci stato, sia pure per caso, sia pure per sbaglio, sia pure per l’altrui distrazione. (…) Ma il niente è da preferirsi al soffrire? Io perfino nelle pause in cui piango sui miei fallimenti, le mie delusioni, i miei strazi, concludo che soffrire sia da preferirsi al niente. E se allargo questo alla vita, al dilemma nascere o non nascere, finisco con l’esclamare che nascere è meglio di non nascere. (Oriana Fallaci)

Ieri sera ho iniziato a leggere Lettera ad un bambino mai nato

Poi sono andata a letto e non riuscivo a dormire. Le prime pagine del libro mi avevano instillato una certa angoscia e la voglia di scrivere. Le parole quasi mi venivano dettate, spero di non averle dimenticate. Mi è tornata quella sensazione sperimentata nei mesi dell’insonnia: appena stavo per addormentarmi, giungeva dal cervello una scossa per svegliarmi, quasi ad ammonirmi di non farlo. Così per almeno una decina di volte. Il tempo passava, restavo vigile, e intanto il corpo nudo sudava tra le lenzuola.

L’unico pensiero nella mente era che la vita è un soffio, e può terminare da un momento all’altro, senza preavviso, così, tra le lenzuola umide in una notte d’estate. Sentivo come se, se mi fossi addormentata, avrei cessato di vivere. E così, quella scossa che dal cervello mi impediva di addormentarmi, in realtà mi teneva in vita. Sentivo il mio respiro, semplice e fragile. Mai prima di ieri notte ho avvertito così da vicino la transitorietà di questa vita, senza paura, interrogandomi sul senso che ne ho dato.

Ho pensato a questa fase della mia esistenza, alla consapevolezza di non aver lasciato alcun segno. Se davvero in quel momento mi fossi addormentata sarebbe finito tutto così, con tanti viaggi ancora da fare, tanti amici da rivedere, tante cose da scoprire, una vita ancora da realizzare – che poi, cosa vuol dire realizzare? Non basta semplicemente vivere, ciascuno a suo modo, ciascuno per quel che gli è dato?

Non era una consapevolezza spiacevole, solo inusuale. Eppure essa dovrebbe essere costante, senza limitare l'esistenza.


venerdì 20 marzo 2015

Emancipazione e Sottomissione

Sto leggendo – e rileggendo – molti bellissimi libri ultimamente. Uno di quelli che mi ha più stupito in relazione all’attualità è Sottomissione di Michel Houellebecq, quello che tanto ha fatto discutere dopo gli attentati a Charlie Hebdo. Mi aspettavo un libro sprezzante, pieno di banalità sui musulmani, e invece non contiene nulla di tutto questo, anzi credo dovrebbe essere preso più seriamente di quanto fatto finora. Non perché descriva il tipo di società in cui vorrei vivere, ma certamente fa pensare. Questo romanzo rientra a pieno titolo nel genere della fantapolitica, così come alcuni dei miei libri preferiti, 1984 di Orwell e Saggio sulla lucidità di José Saramago.

Sottomissione racconta l’alienante storia di un professore universitario della Sorbona di Parigi; uomo sulla quarantina, ateo, intellettuale, tendenzialmente single ma spesso in compagnia di una delle sue studentesse. Lo sfondo politico, in cui s’inserisce la storia personale del protagonista, è l’ascesa al potere, in maniera diplomatica e democratica, del partito islamista moderato, la Fratellanza, che rompe l'alternanza destra-sinistra e diventa incredibilmente il partito pacificatore, che porta ordine, stabilità, crescita, ritorno a valori comunitari e sicurezza, ma che in cambio propone la conversione e il ritorno alla tradizione, ad una società dove la famiglia è il centro, a costo di fondarsi su rapporti di interesse, votati alla procreazione e all’educazione delle future generazioni in un ambiente protetto. Il protagonista, che è pure il narratore, osserva i cambiamenti che man mano pervadono la sua vita quotidiana, dapprima con distacco ed indifferenza, cercando di apprezzarne i vantaggi (assicurarsi per esempio una lauta pensione prima del tempo), fin quando non incontra un docente convertitosi all’islam, talentuoso divulgatore, e si ritrova in un vortice che lo condurrà inaspettatamente alla conversione – una conversione di convenienza, certo, ma non solo dettata da ragioni economiche – e a vivere una seconda vita mai immaginata prima. La sua precedente storia è da tempo finita, con l’emigrazione in Israele della sua ragazza (e di tanti altri ebrei), e a tal proposito si discute il rapporto tra islam e le altre religioni monoteiste, dove per esempio i cristiani risultano deboli, incapaci di dare certezze ai proseliti, poiché hanno “ceduto” su molti fronti in nome della laicità e delle necessità dei tempi moderni. Il protagonista, dopo la conversione, vede il suo stipendio triplicarsi, senza alcun onere per lo Stato, e dopo aver vissuto vari mesi in solitudine, all’affannosa ricerca di rapporti sessuali a pagamento, beneficia della possibilità di avere una e più mogli, scelte da altre donne sulla base del suo status sociale, e si scopre appagato. La disoccupazione cala di colpo, le donne cambiano repentinamente abbigliamento, scompaiono dai circoli accademici, e il protagonista si culla nell’inaspettato piacere che deriva da questo tipo di società. È uno scenario provocatorio, estremo, ma il contesto descritto si fonda su basi realistiche, e il risultato è un romanzo nemmeno così surreale, che racconta una delle possibili conseguenze dello spaesamento che provoca una società individualista, libertina e sempre più orfana di riferimenti come quella europea. Non si dà un giudizio di valore a tale destino, ma la storia ha una sua coerenza e solidità e, per chi ha un minimo vissuto in grandi città europee, ha il terrificante sapore del possibile.

Non è casuale per me aver letto questo libro subito dopo Penelope va alla guerra, e a distanza di un mese da Il sesso inutile. Personalmente, mi ritengo femminista, di quel femminismo alla Fallaci, che non ha bisogno di urlare sempre alla discriminazione, che sta comodamente e senza troppe lagne o rivendicazioni dove una volta avevano diritto a stare solo gli uomini, o quel femminismo alla Angela Terzani, dove non sei un essere inferiore, e anzi hai ugualmente un ruolo importante ed una identità propria se decidi di seguire e supportare tuo marito in giro per il mondo, o di avere dei figli e dedicarti alla famiglia. Credo che questo romanzo sia dannatamente realistico, e lo dico perché inizio a saperne abbastanza su musulmani, vita nei contesti tradizionali, intermedi e ultra-contemporanei, e sentimenti contrastanti nelle donne di diverse culture. Sarebbe bello discuterne tra donne (ma anche uomini, odio le iniziative mono-genere), esplorare quella parte del romanzo che parla (o meglio, lascia intendere) di donne che in quel cambiamento così anacronistico si riscoprono forse meno confuse e meno ansiose; vorrei chiedere a ciascuna come si vive questo periodo di mezzo, in cui se nasci in una famiglia illuminata, puoi godere delle stesse opportunità degli uomini, puoi decidere della tua vita, se lavorare o meno, se studiare o meno, se viaggiare da sola o in compagnia, se avere o meno dei figli – fermo restando la piaga dei femminicidi, esempio di tenace resistenza di certi uomini, anche nelle società evolute, ad accettare la donna come essere libero e indipendente. E però in molte scoprono che cambiare partner ogni sera alla lunga porta frustrazione, troppa libertà senza capacità di scelta conduce a nuove schiavitù; non si osa rimpiangere il passato, ma si scopre anche che, per certe donne, pure intelligenti e amabili, la società semplice dava sicurezza, una precisa utilità, seppur molta meno libertà. Non c’è un meglio o un peggio in generale, c’è solo quel sentimento di spaesamento, dove tutti siamo diventati donne e uomini al contempo, potenzialmente con gli stessi ruoli e le stesse capacità, la stessa voglia di amare e di essere amati, con la certezza di non voler essere sottomesse a nessuno, di scegliere, sperimentare, essere libere e non schiave delle tradizioni, ma poi troppe volte sole, senza famiglia né dietro né davanti a noi, con una carriera, forse, e un’eredità di parole, valori, e talvolta soldi, destinata all’umanità tutta e a nessuno.

Il paradosso o la frontiera dell’emancipazione, dove ognuno fa da sé, ogni legame diventa insopportabile e sembra volerci schiavizzare, o forse è solo quel dubbio che così bene illustrava molti anni fa la giovanissima Oriana Fallaci ne Il sesso inutile (niente a che vedere con quella rabbiosa dell'ultimo periodo), dopo aver girato il mondo per raccontare la condizione della donna, essersi scandalizzata di fronte alle spose bambine, ai matrimoni combinati, alla poligamia, aver ammirato le orgogliose matriarche malesi (esempio di oppressione al contrario, ma pur sempre insana), per poi tornare in Occidente e chiedersi se invece quelle donne semisvestite, emancipate, ubriache, libere sessualmente e in verità sole, non siano altrettanto infelici quanto le altre.

La sera, quando la subway le inghiottiva per sputarle dinanzi all’appartamento pagato coi soldi di tanta indipendenza, una malinconia disperata appannava loro il cuore e il cervello: tutta New York sembrava sussultare dei loro rabbiosi respiri. Così riscappavano fuori e di nuovo la subway le inghiottiva per sputarle dinanzi ad un cinematografo o un bar dove si sarebbero ubriacata, sole, a pensare quanto è ambigua la loro vittoria di cui il mondo parla fino a farne un problema. E Dio sa se è un problema. Con quegli eterni bambini che cercano la madre perfino in una segretaria, esse esercitano, sì, autorità e autosufficienza, ma allo stesso tempo sognano umiltà e compagnia: poiché non si sfugge alle regole ferree di una società, ma non si sfugge nemmeno ai sentimenti più semplici. […]
Da un capo all’altro della terra le donne vivono in un modo sbagliato: o segregate come bestie in uno zoo, guardando il cielo e la gente da un lenzuolo che le avvolge come il sudario avvolge il cadavere, o scatenate come guerrieri ambiziosi, guadagnando medaglie nelle gare di tiro coi maschi. E io non sapevo se la pena più profonda l’avessi provata dinanzi alla piccola sposa di Karachi o dinanzi alla brutta soldatessa di Ankara. Non sapevo se mi avesse spaventato di più la vecchia cinese coi piedi fasciati o questa americana impegnata a trattenere un italiano che sbadigliava di sonno. […]
Il grande ritornello che scuote le donne dell’intero globo terrestre si chiama Emancipazione e Progresso: ogni volta che sbarcavo in un nuovo paese mi trovavo dinanzi queste due parolone e le donne se ne riempivan la bocca quasi si fosse trattato di chewingum. Gliele abbiamo insegnate noi donne evolute, come a masticare chewinng gum, ma non gli abbiamo detto che il chewingum può far male allo stomaco. […]
Girando come Caino intorno alla luna, ero tornata in ogni senso al medesimo punto da cui ero partita. E in quel girare avevo seguito la marcia delle donne intorno a una cupa, stupidissima infelicità. [O.Fallaci]

martedì 13 gennaio 2015

Re-azioni. Difendiamo le differenze e smetteremo di creare mostri

Passata l’emozione, è tempo di riflettere a fondo su quanto è accaduto in Francia e nel mondo in questi giorni. Si potrebbe dire molto, ma io mi fermo a tre temi: il terrorismo figlio non riconosciuto dell’Europa, l’ambiguità della libertà di satira, la parzialità del nostro coinvolgimento.

1) Dov’è la novità? La novità è il terrorismo che sta attaccando l’Europa, dall’aggettivo che ci ostiniamo a considerare straniero, ossia il terrorismo “islamico”. Non è la prima volta che abbiamo a che fare con dei terroristi nel continente, ma stavolta li percepiamo come frutto di un’invasione, di un tradimento alla nostra accoglienza, di un’ingratitudine. Eppure, a conti fatti, qui si parla di persone che da generazioni vivono e crescono sulla nostra stessa terra, figli che abbiamo educato nelle nostre scuole e con le nostre politiche di integrazione, insegnando loro lingua e valori comuni. Inutile quindi continuare a parlare di immigrati, qui siamo di fronte ad un figlio “diseredato” della famiglia europea, prodotto della messa in pratica dei nostri valori pacifisti, di tolleranza, rispetto e solidarietà, venuto su non proprio secondo le nostre aspettative. La domanda che dovrebbe sorgere spontanea è: perché? Dove ho sbagliato?

E’ vero che – diceva Fallaci – i musulmani non sono tutti terroristi ma tutti i terroristi oggi sono musulmani, ma questo comporta un’ulteriore riflessione. Perché una frangia radicale di questa vasta popolazione di credenti nel mondo si affida a tale interpretazione, semplificata e manipolata, fino a dare la propria vita nel nome di essa? Cosa rappresenta l’islam radicale oggi nel palcoscenico geopolitico e come si collega alle numerose divisioni interne all’islam stesso? È forse un ideale appagante per quanti vivono con frustrazione un’apparente democrazia e tolleranza (che nasconde tanta intolleranza e impone un modello unico identitario, di sviluppo, civiltà e governo a tutto il mondo)? Forse anche un mezzo per catalizzare risorse umane fragili contro chi ha sempre predicato bene e razzolato male sulla pelle e a casa altrui? Da europea anche io sogno spesso un mondo in cui tutti i popoli votano e vivono in un regime democratico, senza violenza e senza massacri, ma so bene che la realtà è molto più complessa.

2) Secondo, la libertà di satira. Al di là delle facili difese ed identificazione che ciascuno di noi ha preso, credo si tratti di una libertà che non a tutti vada giù. Perché la satira mette a nudo gli aspetti del potere – anche quello a noi piacente, o vicino, laico o religioso che sia – e molto spesso proprio non ci va giù. Dire che siamo Charlie Hebdo è una frase forte dunque, che andrebbe pronunciata dopo un’attenta riflessione. Proviamo ad immaginare. Siamo parte di una setta, e sulla prima pagina di Charlie Hebdo disegnano il fondatore o leader di questa setta (movimento, organizzazione), in postura o atteggiamento ridicolo, che dice qualcosa secondo noi di inaccettabile (ma che dovrebbe impormi quantomeno una riflessione critica, o strapparmi una risata). Pensiamoci davvero: siamo sicuri di essere Charlie Hebdo? La satira, quando utilizza metodi pacifici (la matita) ha diritto di dire quel che vuole, ci piaccia o meno, pur sapendo che il confine tra satira e diffamazione è labile. Tuttavia, se non vi fosse motivo per fare della satira, nessuno perderebbe tempo a mostrare il lato oscuro della mia setta in maniera spiritosa. Sta poi al singolo e alla sua saggezza – magari anche alla sua cultura -, capire come affrontare la satira, quando coglierne sollecitazioni perché intelligente, e quando ignorarla completamente, perché gratuita, malvagia e stupida.

La verità è che la satira ci piace solo quando colpisce il nostro nemico, mentre siamo pronti ad addurre mille motivazioni ogniqualvolta ci sentiamo colpiti al cuore. Tuttavia, la satira si può sempre usare per fini politici. Mi lascio provocare da ciò che scrive un amico musulmano: “Perché Charlie Hebdo [e oggi tutti noi con loro] si ostina a pubblicare vignette su un uomo vissuto secoli fa [Maometto]? Un gruppo dice: è la libertà di stampa; io dico, cazzate! Tanti di loro amano provocare e usare la sensibilità islamica verso l’immagine, come fosse calcio politico, di propaganda a poco prezzo circa l’arretratezza dei musulmani e il bisogno di civilizzarli. Il secondo gruppo dice: siamo offesi; io dico, cazzate! Dovresti preoccuparti più del benessere sociale, economico e politico della tua società piuttosto che urlare di fronte alla vignetta di un uomo morto tantissimi anni fa”.

Credo che al fondo di questo uso strumentale – di stampa e terroristi – vi sia sempre la battaglia per il predominio di una civiltà, e la frustrazione di chi, vivendo fuori da entrambi questi fronti, e magari in Occidente con radici orientali, si sente via via privare della propria identità, ossia dell’orgoglio per il fascino e l’antica ricchezza di una civiltà florida, tollerante e geniale che qui pochi ancora studiano, sempre più etichettata come retrograda e antimoderna perché privata dei suoi migliori talenti. Questi vengono mandati a studiare in Occidente, e vivono un complesso d’inferiorità che si porteranno fino alla fine della loro vita pubblica, o sono combattuti tra il diventare difensori dell’una o dell’altra parte, senza avere modo di coltivare la propria identità. La Primavera araba è stata l’emblema di questa battaglia, fomentata dall’Occidente con le sue illusioni di democrazia e repressa nel sangue da regimi o da guerre civili, perché la scelta è netta e non può tollerare ibridi. Così, i difensori di questa antica e straordinaria civiltà, ridotta ad una sua interpretazione manipolata, conservatrice, antimoderna e misogina, diventano i potenti del mondo arabo, ossia sauditi ed emirati arabi, che insieme all’Occidente hanno creato il grande mostro.  Un mostro che ha perso la propria testa, la propria storia, il proprio orgoglio, e si rifugia in un’idea semplice di religione per ritrovare una casa, e nella violenza - arma dei deboli - per ritrovare un motivo per esistere e sentirsi vivo.  

3) Terzo, la relatività del coinvolgimento emotivo.  Quanto vale un morto nel nostro mondo “civilizzato”, e quanto altrove? Di conflitti nel mondo ce ne sono purtroppo moltissimi. Senza prenderli uno per uno, basterebbero due esempi in qualche modo collegati ai fatti di Parigi. In Nigeria, proprio nei giorni degli attentati, Boko Haram (altro gruppo terrorista islamico) si accingeva a mietere duemila vittime nel silenzio mondiale. In Siria – una Siria in cui, nel nostro immaginario, c’è solo l’Islam State, e invece no, c’è ancora e prima di tutto un regime sanguinario guidato da Assad e da esponenti della setta alawita – si continua a morire, e così pure nei campi profughi dei paesi vicini, dove sta nevicando, e le famiglie vivono senza elettricità e senza riscaldamento. La maggioranza di queste vittime è musulmana, per giunta sunnita, lo stesso ceppo dei combattenti dell’IS - dov’è qui Giuliano Ferrara con le sue crociate? I conti non tornano. Mi fa rabbrividire questo silenzio assordante sul genocidio siriano – e il suo conseguente esodo - che sta svuotando completamente un paese ricco di storia, cultura e dignità nell’indifferenza generale.


Ci sarebbe molto altro su cui riflettere, assenze e presenze stonate tra i leader di stato alla manifestazione di ieri a Parigi, o i disastri dell’intelligence.