sabato 25 maggio 2013

Maltempo

Sousse, Tunisia.

Chissà perchè, ma anche io sono convinta che l'ostinato inverno che attanaglia l'Europa abbia a che fare con lo spirito che domina tra la gente, soprattutto in Italia. E in questo caso, ringrazio chi me ne ha tirato fuori, mettendomi nello zaino il sole - al posto dei vestiti, delle scarpe e dei pigiami buttati in aeroporto.

Tutti sono infelici, brutti, pessimisti; chi non lavora o patisce la crisi continua a ragionare con i parametri di felicità legati al solo denaro; chi lavora non ne può più per le crescenti pressioni e per gli orari che non lasciano spazio ai piaceri personali. Per fortuna, molti, moltissimi, stanno anche cogliendo questi anni neri come un momento in cui darsi l'opportunità di pensare per cosa (e come) vale la pena vivere, rischiando di buttare a mare le certezze accumulate fino ad oggi, quelle che siamo soliti chiamare "stabilità", e a cui tutti vorremmo mirare.

Io mi sento tra questi ultimi. Tra poco chiudo un anno incredibilmente bello seppur povero dal punto di vista della "produttività" in senso classico, ma chissenefrega. Ho viaggiato tanto, guadagnato nulla (ma in qualche modo sono riuscita a cavarmela!), imparato tante cose e scoperto dimensioni finora ignorate, incontrato tantissime persone e storie da tutto il mondo, non mi sono mai ammalata (tranne un giorno, in Egitto a settembre, a causa di un virus, debitamente curato con terapia d'urto da amiche arabe: bagno di ghiaccio), e so che il tempo passato a disperarmi mentre nessuno rispondeva all'invio dei miei cv è stato solo tempo sprecato.

La domanda sorge spontanea: quanto vogliamo ancora inseguire un modello capitalistico in cui è il denaro e l'idea di stabilità del passato (=casa di proprietà e contratto a tempo indeterminato) a creare l'illusione di una vita sana? Non sono diventata fricchettona, e non lo diventerò mai. Ma ho sentito, ripeto, "sentito", in questo periodo, cosa vuol dire imparare a vivere del necessario, scambiando con le persone care ciò che è veramente importante - e non sono i soldi; ho sentito il benessere fisico e di umore che porta un maggiore contatto con la natura, quella natura da cui questo modello insostenibile ci sta allontanando inesorabilmente e pericolosamente. Non sto dicendo che non dobbiamo più far nulla, ma vivere in modo diverso, costruire una qualità diversa, nelle relazioni e in quello - anche poco - che possiamo condividere e fare.

Forse ho letto troppo Terzani, sto leggendo troppo Gros e Thoreau, e voglio rivedere, stasera, Into the Wild. Non è questo, è che le "cose" ci parlano, in questo caso film e libri, a seconda di quanto siamo ricettivi e sensibili noi. E io, ultimamente, mi sento sensibilissima.

Così, qui, soffro nel vedere distruggere ettari ed ettari di terra che anni fa era destinata agli spazi verdi, per costruire i villoni dei ricchi e potenti, con vista mare, ma anche imponenti condomini bianchi. Perchè così tante case, e così grandi? Mi sono persa per caso un qualche boom demografico? Polvere dappertutto, cantieri dappertutto, il verde viene giorno per giorno divorato dal cemento. Ieri mi hanno portato a vedere un tramonto in collina - la collina dei ricchi, appunto - e ho notato un bel boschetto non lontano da casa. Ho chiesto se non fosse pericoloso andarci. La risposta: "Non puoi, perchè è uno dei pochi boschi aperti, dove gli uomini vanno ad ubriacarsi di nascosto dalla polizia, cosa che in pubblico non possono fare per motivi religiosi".

Insomma, cercasi compagnia per le gite d'avventura.

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(condivido alcune letture)

"Troppo spesso e da troppo tempo siamo inseguiti da brutte immagini destinate a farci credere che la pienezza dipenda dal possesso di oggetti, dai riconoscimenti sociali. E noi andiamo sempre troppo lontano, alla ricerca di una gioia che invece è vicinissima, così semplice che per ciò stesso diventa difficile, siamo già al di là, l'abbiamo sempre superata. L'esperienza della marcia ne costituisce una riconquista"

"Il necessario non s'impone come una fatalità, si scopre, si scova, si conquista...E' più che frugalità: accontentarsi di poco, fare attenzione"

"Un uomo in buona salute equilibra ogni stagione, in modo d'avere, anche in inverno, l'estate nel cuore. Lì è il Sud"

"Cominciare a vivere una vita vera equivale a cominciare un grande viaggio"

"La verità è rottura, è a Ovest: per reinventarsi, bisogna ritrovare in noi, sotto il ghiaccio delle certezze acquisite e delle opinioni immobili, la corrente del selvatico: ciò che sgorga, fugge, trabocca. Siamo prigionieri di noi stessi".

"La natura aiuta ad espandere la coscienza...la sua immensa bellezza è lì per tutti; nessuno può pensare di portarsi a casa un'alba o un tramonto"

"Se uno non ha niente dentro, non troverà niente fuori. E' inutile andare a cercare nel mondo quello che non si riesce a trovare dentro di sè"

"Non mi basta viaggiare solo nella testa, perchè mi interessano le persone e le cose, i colori e le stagioni"

"Non chi ha nostalgia dell'antico e confonde l'eterno col passato, nè chi si rifugia in patetiche solitudini arcaiche e aristocratiche, ma chi accetta con umiltà di mescolarsi alla promiscua confusione quotidiana, al mutamento di tutte le cose relative, di abitudini e gerarchie, è fedele al valore, perchè impara a riconoscere e rispettare la dignità degli uomini anche quando essa gli si presenta in modi e forme cui egli non è abituato e che lo possono anche respingere o turbare"

E. Vedder - Into the Wild soundtrack


domenica 19 maggio 2013

Cielo bianco


Tutti mi chiedete com’è questa Tunisia. La risposta è: abbiate pazienza. Mi sento ancora europea, troppo europea, per godere di questo immenso cambiamento. Mi sento osservata, fischiata per strada (vabbè, succede anche in Italia), ma soprattutto mi sento ancora londinese, con la natura rigogliosa che riempie i sensi e agevola il respiro, le limpide luci notturne e le passeggiate solitarie (o con S.) verso Victoria station, l’anonimato e la libertà del camminare. 
Qui il paesaggio è completamente diverso, casermoni bianchi si confondono con un cielo bianco che spesso nasconde un sole pallido; non ci sono semafori, per attraversare devi buttarti in strada e confidare nello stop delle auto; non ci sono marciapiedi, ma cumuli di immondizia e scarti di lavori edilizi ai lati delle strade, vento e polvere. Beh, c’è anche il mare, e questa è la parte più bella. Non sono mai stata “marina”, preferisco l’aria pulita, i boschi, il verde, e non a caso vengo dalla collina. Dovrò abituarmi e trovare il mio modo di abitare questo posto.
Dopo la burla del podcast con i versi degli uccellini e la voce di R. - che mi solleva nei momenti di nostalgia - arriva la vendetta: al mattino un gruppo di uccelli mi sveglia puntualmente alle 5.30, così alla sera crollo, e comunque in giro da sola non potrei starci. Leggo molto, un buon modo per ricaricare le batterie dopo un mese di intensi cambiamenti e miriadi di abbracci.
Chiedo di avere una bici per sentirmi più autonoma - visto che la filosofia di mezzi pubblici mi è tuttora estranea, ci si muove prevalentemente in auto (come a Minervino!) -, e mi guardano storto, qui le bici non le usa nessuno. Chiedo di piscine pubbliche per fare sport, e mi sorridono, qui le piscine pubbliche non esistono. Al massimo si può provare ad avere una concessione negli alberghi turistici.
Però sono tutti così gentili, mi guardano come un'extraterrestre, con timore, stima, rispetto e simpatia. Tra l’altro, il mio taglio di capelli già è trendy. Nel lavoro ci sto entrando, ma ho capito che mi calza a pennello.
Per divagare e acclimatarmi, mi do alla letteratura di viaggio. Oggi finisco “Un altro giro di giostra” di Terzani, sono a metà di “Infinito viaggiare” di Magris e sto divorando “Andare a piedi. Filosofia del camminare” di Gros, che mi ricorda tanto Londra, o meglio, la “mia”, personalissima, Londra.
Ma siamo a Sousse, quindi...oggi si fa il primo bagno al mare!


giovedì 9 maggio 2013

Ciao Londra!

Londra, UK.

Baci e abbracci, nei casi più formali una semplice stretta di mano. Si chiudono tante porte in questi giorni, oggi in particolare, e appena mi volto una lacrimuccia scorre sotto l'occhio destro, mi sale il solito groppone e il pensiero del "chissà cosa accadrà domani". Le valigie che non si chiudono, e ogni volta mi chiedo come si possano moltiplicare le stesse cose che hai portato all'andata. Nell'ultima settimana, se includo anche domani, avrò cambiato cinque letti, camminato per tredici miglia (di cui undici solo lunedì), e fatto l'ultimo giro panoramico intorno a Londra a salutare le persone conosciute, da nord a sud.

Ho realizzato, in questi mesi, che la capitale inglese non fa per me, tutta così incentrata sul profitto, dove tutto è monetizzato, dove i rapporti difficilmente si fanno saldi, dove ognuno è troppo preso dai propri traguardi per pensare (anche) a godersi la vita e le vere bellezze di Londra - che per me restano gli angoli naturalistici, e le passeggiate, soprattutto notturne -, dove tutto è filmato dalle cctv, la povertà viene tappata, non c'è spazio per chi fuoriesce dall'ordine, e dunque tutto sembra perfetto, ma in realtà è solamente represso (e ogni tanto esplode).

Quando ho visto cosa c'è fuori Londra - un po' più di umanità, ritmi diversi - ho capito che questa città non mi piace, che non solo io faccio fatica; che se sai quel che vuoi, o quantomeno quel che non vuoi, è faticoso resistere, soprattutto se non hai quel "motivo in più" per restarci. Certo adesso il pensiero dell'addio è amaro, tutto ricomincia da zero. Sono sempre più nomade e in un certo senso più leggera, ma le partenze sono sempre difficili, anche perché accelerano tante, troppe cose, che forse nemmeno sarebbero successe ma che contribuiscono ad aumentare la nostalgia.

E, così come quando chiudi la valigia qualcosa non ci entra e devi lasciarla, così mi ritrovo inaspettatamente a lasciare pezzi di cuore e di affetto, oltre a tanti bellissimi ricordi. Ciao Londra!